"La felicità è reale solo quando condivisa."
C.J. McCandless - Into the Wild
"Non giudicare il tuo vicino finchè non avrai camminato per due lune nelle sue scarpe."
Proverbio dei nativi americani
"Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore"
Vinicio Capossella
"Tutti dovremmo occuparci del futuro perchè là dobbiamo passare il resto della nostra vita."
Charles Franklin Kettering
"Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero."
Anton Chekhov
"La vita è un gioco d'azzardo terribilmente rischioso. Fosse una scommessa, non l'accetteresti."
Tom Stoppard

IPPOGRIFO 04 - Scrivere la cittĂ 

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Editoriale
Una città che (si) racconta

Tra le altre cose, Pordenone è anche nota, oggi, come città di scrittori. Pordenonesi d’origine, di residenza, per scelta o per caso, questi narratori hanno dipanato le loro trame narrative cogliendo, intuendo, rappresentando, scansando la città del Noncello, intrecciando rapporti con lettori, editori, librai, istituzioni.

É una storia particolare, di provincia per collocazione geografica, ma nient’affatto provinciale, che in questo numero della rivista proviamo almeno a delineare. Una storia che illumina molto di una comunità, ci sembra, e che suggerisce molti motivi di riflessione.
Piervincenzo Di Terlizzi ha scritto il saggio introduttivo, che disegna le coordinate fondamentali di questa storia, ed ha curato le interviste della sezione “I protagonisti”. Con “Testimonianze” si presentano i punti di vista di uomini e donne che si sono mescolati con questa storia, da osservatori d’eccezione, da librai, da editori, da partecipanti ai corsi di scrittura creativa (anche qui, le interviste sono di Piervincenzo Di Terlizzi).
In chiusura della prima parte di questo numero, una “Piccola antologia” di testi che, in qualche modo, suggeriscono alcune delle intuizioni che i vari narratori hanno avuto, in questi anni, su Pordenone.
La seconda parte raccoglie, curati da Carmen Chiara Schifilliti, i componimenti del concorso “Rami di mandorlo in fiore”, importante appuntamento con le scuole che ha come obiettivo la lotta allo stigma nei confronti della malattia mentale. Segue il consueto appuntamento elettorale affidato ai Papu, noto duo umoristico della città che sarà tra breve noto a livello nazionale e forse europeo e forse planetario come il primo duo comico alla guida di un capoluogo di provincia.
La nostra redazione, composta da estremisti di centro, sostiene infatti la loro candidatura a sindaco di Pordenone per le comunali della primavera prossima. Ricordiamo che nel 2010 L’Ippogrifo uscito con due numeri della rivista e un volume della Biblioteca dell’Ippogrifo (vedi pagina finale della rivista). Per quest’anno sono in cantiere ancora due volumi della suddetta collana. Questi i titoli: Dipendenze patologiche: tra riti e miti e Come il rock ci ha salvato la vita.
Da questo numero cambia il direttore responsabile dell’Ippogrifo, a Paolo Michelutti (che ringraziamo di cuore) subentra Gabriele Giuga.

 

TRA SCRITTURA E ORGANIZZAZIONE CULTURALE
Intervista a Gian Mario Villalta

Protagonista di un percorso di scrittura tra poesia e narrativa, Gian Mario Villalta, insegnante e direttore di pordenonelegge.it, si è sempre impegnato nella vita culturale della città: dagli anni Ottanta, col circolo poetico Clinamen, ai cicli di incontri con poeti del Novecento organizzati da Cinemazero, ai corsi di scrittura creativa alla Casa dello Studente e, più recentemente, al Consorzio universitario. La sua vicenda personale ci consente di riflettere sulle varie implicazioni dello scrivere a Pordenone.

D. Nei tuoi libri, compreso l’ultimo Padroni a casa nostra, la ricerca, dentro la storia, delle ragioni che spiegano le cose è costante. Dove comincia la storia che porta alla fioritura di scrittori pordenonesi?
R. Direi che, come per altri fatti, la storia comincia con gli anni Settanta del secolo scorso. In quel momento, il personaggio più noto, la celebrità della narrativa (e della poesia) pordenonese era Pieraldo Marasi, che lavorava a Milano ed era pubblicato dai grandi editori di quella città. Marasi era, come si usa dire, uno che “ce l’aveva fatta”, e questo voleva dire avere avuto successo fuori Pordenone, a Milano, appunto. In generale, in città, quella città che io vivevo da studente liceale, la convinzione diffusa, quanto alle faccende di cultura e letteratura, era quella di essere fuori dai grandi giri, di essere addirittura poco interessanti come oggetto d’interesse narrativo.

D. Cos’è cominciato a cambiare, allora?
R. C’è stata la novità di una velocissima scolarizzazione. Nel corso degli anni Settanta, un cospicuo numero di giovani pordenonesi, dopo il diploma, si muove verso le Università delle grandi città italiane: Padova, Bologna, Milano soprattutto. La città, intanto, cresce, c’è lavoro, molti di quegli studenti ritornano a Pordenone non solo nelle vacanze e nei fine settimana, ma anche dopo la laurea, per lavorare e, tornando, riportano i fermenti che hanno sperimentato nelle città. Direi che ci sono due associazioni, due luoghi che ben rappresentano la storia di tutto questo: la Società Filosofica Italiana, con la sua animatrice Francesca Scaramuzza, e la Casa dello Studente. Insomma, la novità è che un gruppo di giovani, che ha avuto l’opportunità di studiare, percepisce piano piano l’idea che le cose di cultura anche a Pordenone si possono fare, e che c’è un pubblico che le pu˜ condividere. E, sul finire del decennio, arriva anche Cinemazero.

D. Quella che racconti è anche la tua esperienza personale di formazione, tra fine anni Settanta e inizi Ottanta.
R. La mia città universitaria è stata Bologna, dopo il 1977 certo, ma ancora nel pieno della sua vitalità culturale, a volte scomposta. Il mio percorso universitario è stato quello della conoscenza della poesia italiana contemporanea, con un riferimento teorico come Emilio Mattioli, l’esponente della scuola critica “neofenomenologica”, e con un riferimento poetico nella figura di Luciano Anceschi. Era naturale, per me, tornato a casa, portare sia quegli interessi che la voglia di farli circolare dalle nostre parti.

D. Hai parlato di un “pubblico” che allora si formava…
R. Un pubblico che si ritrovava in qualcuno, magari anche in tutti, i luoghi di cui parlavo sopra, ed in un altro ancora, che ha avuto un ruolo importante, e che lo mantiene tuttora: la libreria “Al Segno”, con la figura storica del suo titolare, Mauro Danelli (ma, nei primi anni, anche con Giovanni Santarossa e Alfredo Stoppa, che avrebbe poi aperto Il becco giallo). In quella libreria ci si fermava a chiedere consigli, a darli, ci si riconosceva tra assidui frequentatori, si confabulava col proprietario; insomma, c’era l’idea che la passione per la lettura potesse essere condivisa e potesse essere anche raccontata. Contemporaneamente, ed anche qui entriamo dentro gli anni Ottanta, in città si sviluppava un’avventura editoriale, che, tra altezze qualitative e traballamenti finanziari, è stata molto importante: quella di Studio Tesi, che poi, nella figura di Giovanni Santarossa, ha germinato la Biblioteca dell’Immagine.

D. Arriviamo cos“ agli Anni Novanta, e a Storia di pazzi e di normali di Mauro Covacich.
R. Il primo libro di Covacich metteva in evidenza quella città che c’era, che si era sviluppata nel percorso che ho delineato sopra: persone che avevano studiato, erano tornate, s’erano impegnate in vari ambiti, portando varie suggestioni. Tutto questo, sul versante particolare dei servizi sociali, s’incontrava con gli interessi e gli studi dell’autore, che veniva da Trieste e che in Pordenone trovava quella “città bambina”, giovane e tutta ancora da raccontare, come lo stesso Covacich l’ha definita. Erano gli anni nei quali si cominciava a parlare di Nordest come di qualcosa d’importante e d’interessante: la Pordenone mia, di Covacich, entra in relazione con altre città vicine che conoscono nuovi fermenti narrativi.

D. é stato anche un oggetto d’interesse mediatico, negli anni Novanta: gli “scrittori del Nordest”…
R. é stata una rete di rapporti che si sono allargati a partire dalla condivisione dell’età, dei luoghi, delle cose nuove da raccontare: rapporti in particolare con l’area veneta, con la Padova di Giulio Mozzi e Romolo Bugaro, la Venezia di Roberto Ferrucci e Tiziano Scarpa. Di qui sono venute altre esperienze, all’insegna del coinvolgimento di quel pubblico curioso e attivo di cui parlavo: penso, ad esempio, ai corsi di scrittura creativa alla Casa dello Studente. E piano piano, ma qui ci avviciniamo ai nostri anni, Pordenone ha anche attratto: è il caso di Alberto Garlini, parmigiano d’origine, che da Cervignano e da un radicamento nell’area culturale udinese viene, appunto, a Pordenone.

D. In questo periodo c’è stata anche una tua evoluzione: da poeta a narratore. è anche un percorso di focalizzazione rispetto alla città, che nella poesia è tendenzialmente assente.
R. In effetti, la mia produzione poetica si ambienta molto in non-luoghi e in super-luoghi, cioè in luoghi che sono, rispettivamente, vuoti o carichi di senso. Per questa ragione, è una poesia tendenzialmente estranea alla tematizzazione della città. Il discorso sulla città, che diventa fondamentale nella mia raccolta di racconti Un dolore riconoscente, si fonda su altro: Pordenone è un luogo di confluenza di storie, di compresenze di tempi e di situazioni. La città è un’entità nella quale si annodano il presente, il passato delle radici, delle storie e delle culture diverse, il futuro che speriamo o temiamo. Anche nei miei due romanzi Pordenone è sullo sfondo con queste caratteristiche e diventa quasi il punto di un approdo per un nuovo inizio, in un mondo tutto cambiato, nel lungo viaggio verso l’ospedale di Vita della mia vita.

D. La tua particolarissima esperienza di direttore di pordenonelegge.it ti consente di osservare anche le relazioni tra scrittura, editoria, politica, istituzioni, realtà culturali. Cosa ti suggeriscono le vicende di questi anni?
R. Il panorama culturale della città è molto vario, spesso si sente parlare della necessità di “fare sistema”. In verità, non saprei avere una risposta semplice: le diversità ed i conflitti di idee sono anche ricchezza, e non sempre risulta possibile mettere insieme le energie, non sempre il risultato della somma di più parti è automaticamente quello che ci si attenderebbe. Un’altra cosa che posso rilevare, come ho avuto modo di fare già in altre occasioni, è la questione dell’editoria: a fronte di molta e buona scrittura, in tutta l’area triveneta (non è dunque una questione specificamente pordenonese), manca un gruppo editoriale di grandi dimensioni, che s’imponga con decisione e forza all’attenzione nazionale. Le meritorie attività editoriali legate al territorio (tra tutte, penso almeno alla Biblioteca dell’Immagine) sono sempre rimaste al di qua di un salto di qualità. In altri tempi, forse, questo sarebbe stato possibile anche con maggior convinzione strategica da parte delle istituzioni.

D. Puoi guardare le evoluzioni di questi anni anche in prospettiva. Cosa vedi per il futuro?
R. C’è, in effetti, la questione del ricambio generazionale. Mi sembra che la cosa importante sia far capire ai giovani, che ci sono, nel nostro territorio, buone possibilità, ma, allo stesso tempo, che non c’è rendita di posizioni. In prospettiva, poi, credo che ci sia una riflessione da proporre a quella Pordenone colta, impegnata e lettrice di cui parlavamo: oltre alla narrazione, credo che ci debba essere una ripresa di spazio (ritorniamo cos“ alle origini del nostro discorso) per le esperienze di pensiero e di riflessione. Esse tendono a rimanere in una dimensione poco comunicativa verso l’esterno, i “pensatoi” locali dovrebbero provare ad esporsi e a confrontarsi: chi propone cultura, ha da impegnarsi anche nel lavoro mediatico e nella fatica della comunicazione e dell’organizzazione. Scrivere, pensare, darsi da fare: è, insomma, intendere l’attività culturale come “lavoro”, un tratto in fondo tipico anche questo dei modi di vivere del nostro territorio.

 

IL "LOCALE" E' TUTTO CIO' CHE ESISTE VERAMENTE
Intervista a Tullio Avoledo

Tullio Avoledo ha iniziato con il romanzo L’elenco telefonico di Atlantide una carriera letteraria densa di riconoscimenti critici e di lettura, svolta in parallelo con la sua attività professionale presso l’ufficio legale di uno dei più noti istituti bancari del territorio. L’anno dei dodici inverni (Torino, Einaudi, 2009) è il suo ultimo lavoro pubblicato. D. Il suo percorso verso la pubblicazione de L’elenco telefonico di Atlantide è passato attraverso un corso alla Casa dello Studente. Com’è andata quell’avventura? R. C’erano Mauro Covacich e Gian Mario Villalta. Si alternavano nelle lezioni, o per meglio dire negli incontri serali. Incontri molto informali. Niente di accademico. Ho dei bei ricordi di quel corso. Ricordi che forse brillano anche per la cupezza dei giorni che stavo vivendo a livello professionale, e che poi sono confluiti nella trama del mio primo libro, effettivamente angosciante. Quelle serate erano come boccate d’aria pura. Occasioni d’incontro tra persone interessate alla lettura. Infatti, più che di un corso di scrittura lo definirei un corso di lettura. Era bello incontrare altre persone per le quali la lettura è qualcosa d’importante, e non uno dei tanti svaghi possibili. é stato durante quel ciclo di incontri che ho scoperto di poter scrivere un romanzo. Certo collaboravo già con i giornali, e come quasi tutti avevo scritto poesie, da ragazzo. Insomma, la scrittura non mi era estranea. Ma un romanzo… Posso ricollegare a una serata in particolare la mia nascita come scrittore di romanzi. Avevamo discusso un racconto di Salman Rushdie, “La radio gratis”. Era un racconto interessante sul piano tecnico, perchè la voce narrante era quella di un personaggio marginale della storia. C’era insomma una prospettiva per cos“ dire “sghemba”, di taglio. Per me fu una grande lezione stilistica. Una specie di illuminazione. Avevo trovato la prospettiva giusta da cui scrivere una storia i cui elementi mi ronzavano in testa da un sacco di tempo. Certo non avrei mai pensato, in quel momento, che un giorno, al Premio Grinzane, mi sarei trovato sullo stesso palco con Rushdie…

D. Ne L’elenco telefonico di Atlantide e in Mare di Bering è possibile vedere una Pordenone riconoscibile e, al contempo, deformata: palazzi e palazzoni, vie, persone. Ci Il “locale ” è tutto ci ò che esiste vera mente Intervista a Tullio Avoledo sono degli “ingredienti” della città che le paiono più significativamente manipolabili? Nel corso di questi anni, dai primi romanzi, ne nota di nuovi?
R. Nel mio ultimo romanzo, L’anno dei dodici inverni, ho fatto santo il regista danese Lars von Trier per una cosa che ha detto, e cioè che per vedere davvero la realtà bisogna "defocalizzare lo sguardo" é un esercizio che faccio costantemente, e che cerco di far fare anche ai miei lettori. La città che descrivo è diversa da quella reale per un meccanismo simile a quel gioco della Settimana enigmistica in cui devi scoprire le differenze tra due vignette apparentemente uguali. Per cogliere le differenze devi concentrarti, osservare i dettagli: vedere davvero, insomma. Se non dovessi scoprire le differenze gli daresti appena un’occhiata, a quel disegno: invece così devi guardarlo sul serio. E poi io nei miei romanzi sono come un pittore che dipinge a memoria. Descrivo le cose che mi hanno davvero colpito, quelli che secondo me sono i particolari davvero importanti. Non mi faccio distrarre dal velo multiforme della realtà. Cerco di andare dritto al cuore delle cose. In effetti, a una presentazione di un mio libro, quando il presentatore ha detto che i personaggi erano particolarmente ben descritti, una signora del pubblico ha osservato, a ragione, che non è vero: che certi miei personaggi sono descritti con meno di dieci parole: l’altezza, la postura, un certo cardigan che indossano… Eppure il lettore riesce a vederli. Quanto agli edifici più manipolabili… Beh, c’è il nuovo Teatro Verdi, o certi palazzi di appartamenti che stanno sorgendo, e che per i loro prezzi proibitivi restano in gran parte invenduti, lussuosi gusci vuoti. Mi ricordano certi romanzi di fantascienza ambientati in un futuro di “forti disparità sociali” in luogo di “forte disparità sociali”. Dalle parti di James Ballard, insomma. Diciamo che più un palazzo è vecchio e più acquisisce stabilità, indeformabilità. Difficile intervenire narrativamente sul corso Vittorio Emanuele. Più facile ricreare zone nuove della città, all’occasione. Il palazzo dell’Elenco telefonico, ad esempio, è un mix di tre condomini pordenonesi. Di uno ho preso le cantine e la facciata, dell’altro la posizione, e cos“ via… Da piccolo giocavo molto con il Lego. Qualcosa di quel metodo di gioco dev’essermi rimasto dentro…

D. Qual è il suo rapporto con gli altri scrittori pordenonesi?
R. Ci vediamo più spesso fuori Pordenone, tipo al Salone del Libro di Torino, che qui in città. Almeno per quanto mi riguarda. Non so loro. Garlini e Villalta si vedono più spesso, per motivi legati a pordenonelegge.it. Io oltre a scrivere ho un lavoro impegnativo, due figli giovani. Per quanto riguarda il lato creativo, mi piacciono i loro lavori, ma sono molto diversi dai miei. Non credo insomma che ci sia, com’è stato scritto da qualcuno, una “scuola pordenonese”. Ci sono parecchi scrittori a Pordenone, questo s“. Ma sono comunque abbastanza rari perchè possano passare settimane e mesi senza incontrarne uno, per strada...

D. Quali mutamenti significativi coglie nella storia della nostra città negli ultimi venti anni? E quali tendenze verso il futuro?
R. Domanda difficile. Non sono un sociologo, quindi passo. I mutamenti che vedo, i miei timori per il futuro, sono tutti nei miei libri. Se li esprimessi qui acquisterebbero una valenza diversa da quella che devono avere, di pura invenzione narrativa. Diciamo che sono blandamente ottimista. Anche se non è facile. L’integrazione ha fatto grande Pordenone: questa è la lezione che dovremmo tenere a mente. Magari potremmo aggiungere un motto appropriato sull’argomento sotto quella frase in latino sulla facciata della Casa del Mutilato. Due righe ci stanno…

D. Se mi passa la semplificazione: nei suoi romanzi spesso (nell’ultimo in maniera particolare) i protagonisti lottano per preservare l’unicità della loro esperienza umana, che sta nei loro affetti e nelle loro emozioni. Pordenone è una città da emozioni e sentimenti? Ce ne sono alcuni più consoni a questo contesto?
R. C’era quella canzone di un tempo, che diceva “sapessi com’è strano sentirsi innamorati a MilanoÈ. Potremmo parafrasarla cos“: ÇSapessi che impressione, provare un’emozione a Pordenone”… Il fatto è che ci si innamora dappertutto, ma proprio dappertutto, e quando ti innamori, anche la città più brutta, anche l’ufficio più squallido, diventano il Paradiso. Se dovessi consigliare un posto in cui innamorarsi, ammesso che si possa scegliere il posto e l’ora, opterei per uno dei parchi in cui da ragazzi andavamo “in marina”. L“ vai sul sicuro. Altrimenti in cima al campanile di San Giorgio, reggendo per le braccia la tua ragazza e gridando “Sono il re del mondo”…

D. Faccio riferimento anche alla sua esperienza professionale. Nel mondo globale che ci attraversa, ha qualche senso ancora interessarsi e raccontare ciò che si radica nel “locale”?
R. Ma il “locale” non esiste mica più… Viviamo immersi in una globalità che è diventata quasi parte del nostro genoma. Ne sappiamo di più su George Clooney, per dire un nome, che sul nostro vicino di casa… Il clic di un mouse a Wall Street può ammazzare l’economia di un paese dall’altra parte del globo… Viviamo cullati da un surplus di informazioni assolutamente inutili. Siamo drogati dalla televisione, dall’economia, dalla politica… Tornare al locale vuol dire recuperare concretezza, affetti, senso di responsabilità. Il locale è tutto ciò che esiste realmente. é l’unica realtà vera.

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L'IPPOGRIFO - La terra vista della luna
Autorizzazione del Tribunale di Pordenone n. 637 del 19/06/2008
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