"La felicità è reale solo quando condivisa."
C.J. McCandless - Into the Wild
"Non giudicare il tuo vicino finchè non avrai camminato per due lune nelle sue scarpe."
Proverbio dei nativi americani
"Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore"
Vinicio Capossella
"Tutti dovremmo occuparci del futuro perchè là dobbiamo passare il resto della nostra vita."
Charles Franklin Kettering
"Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero."
Anton Chekhov
"La vita è un gioco d'azzardo terribilmente rischioso. Fosse una scommessa, non l'accetteresti."
Tom Stoppard

BIBLIOTECA 04 - Come il rock ci ha salvato la vita

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Introduzione
Come il rock ci ha salvato la vita
di Roberto Muzzin

Nel 1974, timido e nervoso durante la sua prima intervista in inglese, alla domanda su quanto importante fosse la musica nel suo cinema e nella sua vita, Wim Wenders rispose d‘istinto aggrappandosi alla parafrasi d’un verso dei Velvet Underground di Lou Reed: «La mia vita è stata salvata dal rock’n’roll».

La battuta fece scalpore. Qualcuno non colse. Altri capirono benissimo: mai prima, o perlomeno non in modo così netto e radicale, era stato riconosciuto al rock un esplicito valore culturale tale da potere rispondere, non tanto o solo d’un’influenza artistica, bensì di una formazione soggettiva.
L’affermazione del regista tedesco è naturalmente una dichiarazione d’amore verso il rock che facciamo nostra e che ispira i testi che vanno a formare questo volume della Biblioteca dell’Ippogrifo. Trent’anni dopo, a chi gli chiede se il rock continua a salvare la sua vita, Wenders spiega che «Non mi ha mai tradito, per questo non ho mai tradito lui. Il rock è la sola forma d’arte contemporanea, oltre al cinema, nella quale mi sento come a casa. è sempre stato così, anche quando non capivo le parole. Per anni ho ascoltato i Rolling Stones senza sapere di cosa parlassero.
La loro forza evocativa era insuperabile». Si tratta a ben vedere di una questione di fedeltà. «Da ragazzo, la mia mente era aperta a molte influenze: pittura, letteratura, teatro, cinema, poesia. Solo la musica, però ha cambiato il mio modo di vivere e, di conseguenza la mia vita».
E la fedeltà a un suono speciale riverbera ancora di quel tempo speciale nel quale, a proprio rischio e pericolo - ora come allora, crediamo, ma non solo - si ha la chance di avviarsi a divenire ciò che si è. «Quando ero adolescente, in altre parti del mondo, una manciata di miei coetanei ebbe il coraggio di prendere le radici del blues, aggiungere dei testi che raccontavano la nostra vita e non qualcosa di astratto, per ottenere un suono completamente nuovo. Non sto parlando dei pionieri del rock, ma di quegli artisti che, negli anni Sessanta, hanno combinato la letteratura con il ritmo: Van Morrison, Beatles, Rolling Stones, Bob Dylan, Neil Young. Senza di loro, non avrei girato un solo film».
Senza dimenticare i cento altri - e i mille, magari sconosciuti a molti, le cui opere sono oggetti di culto appassionato e talvolta snobistico - che contribuiscono a mantenere vivo il fuoco, questa «bella combriccola di menti geniali», come ci piace pensare potrebbe dire oggi un venerabile Haze, ruba dal passato quanto serve per proporre un certo modo di vedere il mondo. E tale visione viene immediatamente riconosciuta e condivisa da una moltitudine di individui che, alle più insospettate latitudini, scopre di essere parte di una comunità in cui i sogni fanno legame.
Il rock è sogno e, come dicono i poeti, nei sogni cominciano le responsabilità.
Bastano tre accordi e qualche strumento economico a sostenere lo spettro espressivo che va dall’urlo dell’invettiva al sussurro della confessione più intima, passando per umorismo ironia e sberleffo a velare il sarcasmo più feroce, fino alla freddezza e al disincanto dalle illusioni. Cosa che si rinnova a ogni giro di volta generazionale, con altri nuovi artisti e band a smentire la cassandra di turno che dichiara la morte del genere. Termine questo tanto amato dai puristi catalogatori d’ogni epoca, sempre alla ricerca dell’autenticità7, ma riduttivo per quest’aria sonora8 prodotta, prima che da una tecnica, dall’intento e dall’attitudine allo scambio e alla contaminazione.
Fin da subito il rock è musica meticcia impura e screziata9. Figlia ibrida d’improbabili e fugaci incontri è concepita per strada e a essa ritorna sempre. Robusta come spesso sono i bastardi, sopravvive annusando lo spirito del proprio tempo. Anela alla vita e della vita canta. Vuole di più e resiste10, perché «la rassegnazione non fa parte del sogno. E di sogni si può anche morire, perché i sogni sono la vita.»11 E così la luna può piangere per le storie di fuggiaschi e perdenti, marginali che, «come rifiuti immaginati su una strada ben tenuta»12, trovano riscatto nel luccichio d’una memoria altrimenti negata. Come c’insegnano i bambini è innanzitutto a partire dal corpo, nell‘angoscia come nel piacere del movimento, che s’impara veramente. È nell’impatto con il limite che si può immaginare il passaggio per oltrepassarlo, trasgressione verso un al di là che anticipa una posizione dalla quale è possibile trovare una soglia per ridisegnare i confini del mondo. Nel rock migliore il gioco acrobatico tra parola e corpo, testo e musica, trova un sorprendente equilibrio di leggerezza e profondità che non scadono mai in sdolcinatezza e pedanteria. Ritmo e letteratura, nutrimento per corpo e mente. Qualcosa di nuovo che esce dai solchi e che fa muovere. In tutti i sensi. «Buon rock’n’roll è qualcosa che ti fa sentire vivo.» Così Lester Bangs13, in un’intervista a due settimane dalla fine, sintetizza una possibile definizione e aggiunge: «È qualcosa di umano e penso che molta musica di oggi non lo sia. Qualsiasi cosa che mi piacerebbe ascoltare è fatta da esseri umani, non da macchine o computer. Per me il buon rock’n’roll racchiude anche altre cose, come Hank Williams e Charlie Mingus e un sacco di altri aspetti che non sono strettamente legati al rock’n’roll. Il rock’n’roll è un modo di vivere, di avvicinarsi alle cose. Anche scrivere può essere rock’n’roll o un film, ad esempio. È un modo di vivere la vita»14. Se cede al gioco d’infanzia l’appassionato di rock ricorda il tifoso di calcio: si può finire a Beatles vs Rolling Stones (o U2 vs REM, etc) e discettare su ciò che è rock da ciò che non lo è.15 (Eppure quanti sono i gioielli pop pronti a indicare, a seconda dei punti di vista, tanto i nostri «gusti di merda» quanto la nostra ricettività al vero che affiora dal falso?). Se invece lo inviti a giocare a come ci ha salvato la vita, come l’ha cambiata e contribuisce a renderla degna di tale nome, ciò che ne emerge è un lavoro di contorno alla definizione del senso che la musica, e il rock in particolare, introduce nella vita stessa.
In fondo è di questo che narrano i testi e le interviste che seguono. Ognuno asuo modo, con la giusta distanza scelta per l’occasione dall'autore, porge testimonianza sul demone che abita una certa passione.
Come ci ricorda Carmen Consoli nell’intervista gentilmente concessaci, il rock è destabilizzante, è sovversivo e, in quanto tale, politico. Cosa che il potere conosce bene. Non è per caso che nei totalitarismi tale indicatore del grado di libertà venga messo al bando e che nelle cosiddette democrazie gli si dedichino attenzioni nascoste e malevole16. Là dove la differenza fa orrore, ciò che si prospetta eccentrico ha vita dura17. E il rock, in odore di zolfo fin dalle origini18, si prende cura del legame sociale assumendosi il compito civile di ridimensionare l’autorità. A proposito. 1966: John Lennon in un’intervista pubblicata sull’Evening Standard se ne esce con alcune frasi considerate blasfeme per l’accostamento tra Beatles e cristianesimo.
Conseguenze negli USA: manifestazioni d’intolleranza, dischi al rogo e accuse di satanismo. 2010: un articolo de L’Osservatore Romano rivaluta la musica del gruppo. Commento di Ringo: «I couldn’t more less»19.
In ultimo, per quel che mi riguarda, assodato che la ruggine non dorme mai, confido che il rock possa continuare a offrirmi l’accesso a quel rito di passaggio che non si può smettere di passare. Keep on rockin’ in the free world.

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