"La felicità è reale solo quando condivisa."
C.J. McCandless - Into the Wild
"Non giudicare il tuo vicino finchè non avrai camminato per due lune nelle sue scarpe."
Proverbio dei nativi americani
"Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore"
Vinicio Capossella
"Tutti dovremmo occuparci del futuro perchè là dobbiamo passare il resto della nostra vita."
Charles Franklin Kettering
"Non permettete alla lingua di oltrepassare il pensiero."
Anton Chekhov
"La vita è un gioco d'azzardo terribilmente rischioso. Fosse una scommessa, non l'accetteresti."
Tom Stoppard

BIBLIOTECA 02 - Quando il corpo non è riparabile

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Prefazione
Alessandro Battaglia

In questo lavoro Doris Bonetti ci prende per mano e ci accompagna in un viaggio culturalmente stimolante ed intrigante, mettendo sul tavolo tutta una serie di domande che noi operatori della salute, ed in particolare della riabilitazione, abilmente evitiamo nella pratica di tutti i giorni, perché il tecnicismo ed il medicalismo scientista sono assolutamente più rassicuranti rispetto ad una prassi guidata da problemi da affrontare e da ipotesi da verificare.

E poco importa se Popper ci ammonisce che l’operare in termini di scienza significa fare ipotesi e darci poi da fare per tentare di renderle false, e che solo se non riusciamo a falsificarle, dette ipotesi hanno probabilità di avvicinarsi alla verità: sa molto più di scientifico ed è molto più comodo entrare a far parte dei partigiani di questo o quel metodo, di questa o quella tecnica e concentrarci sulle dispute sugli strumenti, forti magari di numeri e statistiche (usate spesso come gli ubriachi usano i lampioni, per sostegno piuttosto che per illuminazione), anziché riflettere sull’orizzonte di senso del nostro operare.
Ma Doris Bonetti si ferma invece a riflettere: apre un discorso importante sull’epistemologia, ossia sulle condizioni grazie alle quali si può avere conoscenza scientifica e sui metodi per raggiungere tale conoscenza in riabilitazione e, ancora di più, sul senso dell’operare in questo ambito.
Forte dell’esperienza di una prassi riabilitativa vissuta “in trincea”, testimoniata ed impreziosita dalle storie di Giuseppina, Roberta, Giulia, Lara, Yassin, Ines e Luciana, coniugata con citazioni coerenti e spunti derivanti dal background culturale della psicoanalisi, ricerca e propone risposte a quesiti fondamentali del nostro essere professionisti.
Ci propone una apparentemente azzardata alleanza epistemologica e terapeutica: quando il corpo non è riparabile, quando un danno causa gravi disabilità ad una persona, la psicoanalisi può contribuire all’efficienza ed al senso del processo riabilitativo.
Ridefinisce in questa ottica gli obiettivi, gli strumenti operativi e relazionali, il ruolo degli attori, ed i costituenti del processo riabilitativo.
Reinterpreta la riabilitazione come processo di empowering che cerca di restituire all’uomo che ha subito un danno ed un’alterazione non solo funzionale, ma soprattutto dell’immagine e della significazione del sé, il potere della libertà come ampliamento della gamma di scelte biologicamente e funzionalmente disponibili: per far questo, ci dice, è necessario elaborare e superare il lutto riferito alle competenze perdute; solo attraverso la consapevolezza della irriducibilità ed immodificabilità del danno e l’accettazione consapevole di questo, è possibile da parte dell’uomo violato investire in un processo di sostituzione.
Rivisita il dualismo cartesiano tra res cogitans e res extensa e rielabora il mind/ body problem. Supera così il concetto di corpo rinchiuso nei suoi limiti fisico biologici, valorizzandone le valenze simbolico-culturali nell’ambito dell’unitarietà dell’essere, per riuscire a definire qual è il corpo di cui si occupa la riabilitazione, salvandolo dalle secche della deriva organicista della scienza medica, ma anche dai limiti interpretativi di una certa psicoanalisi, che lo distende sul divano e tende a farne solamente un corpo rappresentato, campo di battaglia di manifestazioni denominate sintomi.
Utilizza il know-how psicoanalitico per condurre l’azione riabilitativa a confrontarsi con il corpo reale non sottomesso e compreso dalla coscienza dell’uomo leso, ed inserisce il concetto portante di linguaggio come mediatore simbolico, che l’accompagna nella rappresentazione del nuovo comportamento motorio e che gli consente di inserire l’esperienza soggettiva attraverso l’uso della metafora valida per esprimere una rappresentazione del vissuto, ma anche modo per modellare l’esperienza stessa.
Introduce con convinzione e con forza la soggettività in riabilitazione e così facendo, sostiene, non se ne riduce la validità o “scientificità”, ma si compie una operazione essenziale affinché essa sia rigorosa.
Ridisegna la peculiarità del percorso e della relazione di cura in riabilitazione riportando l’uomo leso al centro dell’intervento come soggetto pensante, con sentimenti ed emozioni che ne definiscono l’essenza, non come corpo sul quale mettere le mani addosso in improbabili pratiche riabilitative, miranti ad altrettanto improbabili fini, come minimo non condivisi.
E l’outcome cui tende un intervento riabilitativo così configurato non può fermarsi al mero recupero della funzione né tantomeno ad un livello di recupero che renda soddisfazione agli operatori, bensì ad un benessere percepito dall’uomo leso che può tornare un essere epistemico, che attraverso il movimento rientra in relazione linguistica con l’ambiente al fine della conoscenza, che consente l’attribuzione di senso al mondo. Sosteneva con ironia Carlo Dossi che «continuamente nascono i fatti a confusione delle teorie», ragione per la quale la teorizzazione di posizioni statiche è il contrario di una condotta che abbia la presunzione di essere “scientifica”.
Le riflessioni dinamiche presentate in questo lavoro ed i fatti portati a testimonianza delle stesse, convincono che è etico, prima ancora che utile, ripensare il nostro modo di progettare la prassi, in una necessaria ricerca diacrona di attribuzione di senso al nostro agire professionale.
  Siamo grati a Doris Bonetti che, con il gettare un sasso nello stagno della ovvietà riabilitativa, ci ha indicato un percorso di approfondimento originale ed aperto, che se valorizzato adeguatamente potrà indubbiamente farci crescere.

Alessandro Battaglia
Direttore del Dipartimento di Riabilitazione dell’Azienda USL 12 “Versilia” e, presso la stessa Azienda, dell’Unità Operativa di Riabilitazione “Centro Regionale di Alta specializzazione per la riabilitazione delle gravi cerebropatie acquisite”. Ha pubblicato: La sindrome da immobilizzazione, Marrapese Ed. Roma, 1991; Medicina Riabilitativa, Rosini Editrice, Firenze, 1995; Nursing in Medicina Riabilitativa, Rosini Editrice, Firenze, 1995; La ragione mediterranea, Rosini Editrice, Firenze, 2003.

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